Ne conosco di bellini

“Andando dove devi andare, e facendo quello che devi fare, e vedendo quello che devi vedere, smussi e ottundi lo strumento con cui scrivi. Ma io preferisco averlo storto e spuntato, e sapere che ho dovuto affilarlo di nuovo sulla mola e ridargli la forma a martellate e renderlo tagliente con la pietra, e sapere che avevo qualcosa da scrivere, piuttosto che averlo lucido e splendente e non avere niente da dire, o lustro e ben oliato nel ripostiglio, ma in disuso.

Adesso è necessario rimettersi alla mola. Mi piacerebbe vivere abbastanza per scrivere altri tre romanzi e altri venticinque racconti. Ne conosco di bellini.”

 

Ernest Hemingway , prefazione a “i quarantanove racconti” (1939)
Traduzione di Vincenzo Mantovani

D’altronde è feroce settembre

  • C’è un mio racconto, scritto un paio d’anni fa e poi rivisto e asciugato e ironizzato e disidratato che è uscito adesso su Street Book Magazine (lo si trova gratuitamente in giro per Firenze, oppure a breve online qua): ha preso il nome di “Proto sexy chat”, il titolo originario, quando era un racconto lungo, era “la banalità di me” e raccontava una storia abbastanza vera, che faceva sorridere ma che in realtà era zuppa di squallore e solitudine. La versione breve ora pubblicata l’avevo letta a voce alta a Torino Una Sega X, in maggio, alla Polveriera.
  • A breve uscirà il primo numero di The FLR. Rivista letteraria bilingue, una cosa molto ambiziosa di cui sono stato invitato a far parte. In redazione ci sono dei mostri, io apprendo.
  • Dico quali sono 10 canzoni per settembre. Qua.
  • Un mio raccontino dovrà uscire a ottobre, su un magazine musicale.
  • Sono passati sette anni da quando è uscito Io volevo Ringo Starr. Accidenti, che impressione. Sono un’altra persona, un uomo credo. Pur non riconoscendomi, non riscriverei niente. Era giusto così.
  • È strano da dire: non ho scritto molto ultimamente, ma ho terminato la prima stesura di un romanzo.  Iniziato il 2 maggio, terminato il 6 settembre. Una pagina al giorno, quasi tutti i giorni. Adesso è una grande bozza informe, ma è sempre bello riuscire prendere per mano una storia, e condurla fino al punto in cui.
  • E saluto con questa frase di DFW, trovata qua:

«Penso che la mia prosa sia migliore di prima, ma anche che scrivere sia diventato meno divertente. Adesso, ogni volta che provo a buttare giù qualcosa, sono pieno di paure e timori e un sacco di altre stronzate sul sentirmi inadeguato.»

Ho fatto crollare Lungarno Torrigiani? La parola che crea e distrugge

(questo non è un post di analisi o riflessione su un fatto di cronaca. È una suggestione letteraria)

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Questa mattina presto una voragine lunga circa 200 metri si è aperta a Firenze, in pieno centro, sul Lungarno Torrigiani. La causa pare sia da attribuire alla rottura di un tubo dell’acqua. Lasciamo gli approfondimenti ai cronisti e alla Procura, che ha aperto un’inchiesta. In queste ore chiunque sta esprimendo pareri e attribuendo colpe. Mi interessa, ma non è questo il luogo.
Tutto ciò è accaduto a pochi metri da Ponte Vecchio, dagli Uffizi, dalla Biblioteca Nazionale, dalle case. Tra l’altro nell’anniversario dell’alluvione. Insomma: la portata del tema ha proporzioni enormi.

(Sapere che il cratere è stato procurato dalla rottura di un tubo di 70cm di diametro mi lascia sgomento: che un elemento così ordinario possa provocare un buco di queste dimensioni, che solo per caso non ha provocato morti o feriti, non mi tranquillizza. Accetterei più di buon grado il terrorismo, una bomba, l’invasione aliena, una battaglia tra supereroi.)

Ma questa mattina tra la frenesia e la contemplazione dello sciame mediatico conseguente al disastro ho provato un magone molto più personale. Per provare a disciplinare la mia incostante e incoerente attività di narratore ho da poco iniziato un corso. La prima lezione imparata è: per trovare un indirizzo nella scrittura bisogna mettersi a scrivere. È così che ho iniziato a cercare di mantenere l’impegno quotidiano di produrre tremila battute al giorno. Il testo per ora prodotto è amorfo, prende (poca) direzione giorno per giorno.

Il punto è che proprio in questi giorni stavo elaborando alcune scene ambientate sulle sponde dell’Arno: i personaggi lo attraversano e vi transitano più volte, passando proprio da Lungarno Torrigiani. Nello scrivere questi frammenti avevo scelto con cura i luoghi. Tanto dal punto di vista simbolico quanto da quello logistico, era fondamentale prevedere una discesa dal Forte di Belvedere fino alla Biblioteca Nazionale. Ci ero ripassato a piedi, avevo controllato le svolte su google maps. Mi ero impresso in testa la toponomastica. La scena che stavo descrivendo era ambientata nel maggio del 2016, nell’iperattualità. Poi preso dalla furia di chi ha un compito da svolgere, ho scritto. Era domenica pomeriggio. Dopo quattromila battute mi sono fermato. E sul fogliaccio degli appunti, prima di passare ad altri pensieri più importanti, ho segnato la pista da seguire per i capitoli futuri:

“esplosione??? Crollo Argine L.no Torrigiani”.

Questa mattina mi sono perciò trovato dentro ad un pensiero (irrispettoso, se visto con gli occhi della tragedia cittadina) ma che ha aperto un’altra voragine, tutta letteraria, o forse mi ha svelato uno specchio: la realtà ha boicottato la mia finzione, o la finzione ha condizionato la realtà?

Al di là dell’idiota senso di colpa dato dall’egocentrismo e dall’assoluta inopportunità del pensiero,  mi sono ricordato che all’autorialità corrisponde un potere generativo. La parola definisce e crea. Ogni lemma e ogni singolo morfema sono evidentemente molto più di segni, chi scrive è un demiurgo che plasma, un architetto che progetta, un muratore che costruisce, un allestitore che rifinisce. Talvolta, invece, può crollare tutto.
E di solito è meglio che capiti nella finzione.

 


(Ah. Non c’entra tantissimo con questo discorso: ma pensando alla relazione “personaggi-disastri” mi è venuto in mente Arturo Bandini di Chiedi alla Polvere e il terremoto di Long Beach)

Nel frattempo, due cose

The FLR. È una rivista nascente, bilingue. Una rivista italiana pensata per presentare in italiano e inglese, al pubblico anglofono fiorentino, ma anche oltreoceano (oltreoceano sì: non Oltrarno), il meglio della narrativa e della poesia italiana contemporanea.

Faccio ingiustamente parte del comitato di redazione. Qua la presentazione su Indiegogo, dove stanno arrivando tanti tanti contributi.


Ho scritto un pezzo su Vasco Brondi e sui testi delle canzoni de Le Luci della Centrale Elettrica. Ho voluto farlo perché ho come l’impressione che il cantante ferrarese dica più di quanto non si sia solitamente disposti a concedergli. Lo fa in un modo particolare, che mi pareva fosse giusto approfondire.

È su Riot Van, qua.

L’ultimo giorno dell’anno e quel che ricordo di me

Il 31 dicembre del 2000 avevo udito del pericolo millennium bug. Ero in campagna con i parenti e con l’avvicinarsi della mezzanotte sentii la vita venire meno. A mezzanotte chiusi gli occhi mentre stappavano lo spumante. A mezzanotte e dieci, nel buio delle colline rischiarate dai razzi sparati nei paesi a valle, realizzai di essere scampato a un disastro che credevo certo. Ebbi cara la vita.

Esattamente 12 anni fa per capodanno ero a casa di un’amica, un’amica che in realtà era la ragazzina che amavo già da un pezzo. Lei in quel periodo però amava un altro. A quella festa bevvi più di quanto convenisse fare, ma molto meno dell’umanità che mi circondava: la mia memoria non conserva quasi alcun ricordo della cena, ma ricordo comunque i frame nitidi di una compagnia variopinta che si affaccendava in giardino con fumi e bevande. Ricordo me rientrato in casa a scrivere poesie su un rotolo di carta igienica. In bagno entrò in corsa un ragazzo a vomitare, lo stesso che a inizio serata si era autodefinito campione di bevute. Gli ressi la testa, poi più tardi ricordo che moderai un dibattito sulla pena di morte, poi al mattino nel sacco a pelo c’era un’altra poesia – lunghissima, bruttissima – che portava la mia calligrafia senza che io ne sapessi niente. Il primo gennaio mi svegliai convinto di essere adulto.

Qualche anno dopo, credo fosse l’inverno della terza superiore, ho festeggiato capodanno con una vasta congrega, soprattutto amici della mia ragazza di allora. Un grande garage, o forse un fondo commerciale sfitto. Una stanzona vuota con musica e cibo e bere. Non ballai, ma parlai molto credo. La mia ragazza ad una certa se ne andò a dormire a casa di un’amica che viveva poco distante. Io stesi il sacco a pelo assieme ai collassati. Mi addormentai mandando messaggini di auguri in qua e là. Al mattino, rifacendo lo zaino, mi accorsi che non avevo con me il quaderno su cui da alcuni anni scrivevo quasi quotidianamente. Lo avevo portato con me e non c’era più. Sentii mancare l’aria, chiamai la mia ragazza. Lo avevo messo nella sua borsa, mi disse di non preoccuparmi, lo aveva lei con sé. Entrai nel panico. La implorai di non leggere. La supplicai con forza, la pregai disperato di non aprire nemmeno una pagina. Mi vergognavo troppo di ciò che scrivevo, ero terrorizzato dall’ipotesi di avere un lettore. Il pomeriggio del primo gennaio ci vedemmo e lei mi rese il quaderno e mi parve di essere tornato tutto intero. Su quel quaderno ho smesso di scrivere più o meno due anni dopo. Pochi mesi fa quella ragazza si è sposata e tutto il bene che le ho voluto è finito dentro un semplice sms mandato il giorno delle nozze, sì e no 100 caratteri di gioia sfusa. Nel provare certe forme di felicità non so ancora trattenermi dalla commozione.

Decisi di aprire questo blog dopo i fasti dell’era di splinder, il 31 dicembre di 4 anni fa, poco prima di andare a fare il cenone con fidanzata e amici. Ricordo che non fu affatto una bella serata, probabilmente litigai, ma a distanza di anni non riesco a ricordare esattamente perché. Esattamente non ricordo nemmeno perché riaprii un blog.

Due anni fa ho festeggiato capodanno con un’enorme famiglia di arabi cristiani, tra Gerusalemme e Betlemme. La mezzanotte passata a brindare a whisky e soda, a concedere balli sgangherati ai membri di una famiglia che mi aveva voluto includere. A notte fonda ero poi in una lussuosa discoteca di Betlemme, a poche centinaia di metri dal muro di separazione. Tacerò degli sguardi scambiati tra le luci e la dance tamarra mediorientale: ma dimentichi la destra ogni abilità e resti la mia lingua attaccata al palato, se dimenticassi quell’alba rallentata su Gerusalemme, se scordassi la devozione con cui raggiunsi il letto.

Lo scorso anno il primo gennaio mi sono svegliato nel silenzio, in una casa immersa nel nulla, e intorno c’era tantissima neve, e freddo, e luce riflessa un po’ ovunque, che gli occhi non riuscivano ad aprirsi del tutto. Con gli amici di sempre abbiamo rimesso la cucina, prima di salire in macchina e scendere giù a valle. Quel mattino, dopo più di due anni passati a spaventarmi di fronte allo specchio, con la barba che nascondeva i demoni della solitudine, mi trovai pronto ad accettare il deserto, e non ho provato mai più tutta quella paura.

Dove ero finito (spiegato con dei link) #2

Dopo un’estate felice, volevo dire che sono stato impegnato a fare diverse cose. Ne cito alcune, tra cui questa, questa e questa , nonché dei mini-documentari su temi di provincia radicale e terra umida, nonché chilometri di poesie sghembe appuntate su taccuini e sempre più spesso in conversazioni whatsapp.

Giusto per lasciare tutto in ordine e stabilire che addì 23 dicembre, antivigilia del Santo Natale 2015, mi trovo – sebbene provato dalle fatiche portate in dote dalla flessibilità – vivo ed operoso. E finanche sereno.

 

un momento di resa

Oggi sono stanco. Vi prego fate silenzio, vi prego. Basta sprecare fiato su cause a cui non tenete, dolori che non avete sulla schiena, angosce che non intuite, per cui fate finta di lottare con la tastiera. Tacete per rispetto. Non piangete i morti di ieri e di oggi e di domani, non fatelo in pubblico, sepolcri imbiancati, i sofferenti con cui solidarizzate da casa non sentono il vostro conforto. Morirete anche voi, soffrirete anche voi. Diffondete conoscenza, se ne avete, ma non alimentati altri roghi.
La falsità che ci ricopre la bacheca per il compleanno – nessuno sa quando è: se vi rallegrate per gli auguri di massa abbiate il pudore di ricredervi – non è bene vero. Non è male, ma il bene è un’altra cosa. E allo stesso modo il vostro affannarvi non è affanno: non ci credo, perché c’è l’arcobaleno per le coppie gay quando date di frocio a un conoscente, e la croce per la famiglia tradizionale quando violentate la moglie, e gli immigrati persi in mare, quelli appesi agli scogli, quelli che vendono gli accendini la sera, e le stragi nelle periferie del mondo, e l’economia della Grecia. Non ne so nulla, non ne sappiamo nulla. Non ne sappiamo abbastanza per avere il diritto di fingersi costituzionalisti grecisti filosofi economisti. Ne sappiamo abbastanza per volere bene forse. Possiamo capire e poi capire e poi dire. Ma non mi dite che avete avuto il tempo matematico per avere l’investitura e scendere nell’arena. Guerriglieri arditi arruolati in bande di cialtroni. Ma ci rendiamo conto di chi votiamo? Del malgoverno? Della corruzione che dilaga nei nostri spifferi? Delle stragi che meritiamo, del nostro razzismo condominiale? Di come lavoriamo male?
L’astensione dal commento non sempre è disinteresse. Non è non aver cura. È rifiutare il kronos e cogliere il kairos. È prendersi tempo per. Tutte queste guerre non sono nemmeno una battaglia. Nemmeno una rappresaglia da cortile. Cosa mettiamo in mostra?
I secondi in cui facciamo click e poi le settimane e gli anni alle nostre spalle, con amori e riti ed esami e lauree e progetti e lavori, e ancora i decenni (le mattine d’infanzia all’asilo o alla tv, i pomeriggi ai giardini, le preghiere nel letto, la spuma, l’odore di crema), ed il peso della storia, e il respiro dei tempi. Davvero c’è bisogno di fare il tifo? Davvero è necessario essere supporter sguaiati e intelligenti perché all’unisono, e ancor più intelligenti perché dissonanti? E cos’è quella storia che sentiamo sotto la milza quando non germogliano i like? Ci sentiremo mica soli? Ci vergogneremo mica a dimostrarsi incompetenti?

(Le spese del condominio, la benzina della macchina, un problema al lavoro, un amore che cresce inaspettato e inevitabile, i capelli che se ne vanno dalla nuca, il bruciore di stomaco, il non riuscire a non essere sempre ciò che si sente di dover essere, di poter essere, le generazioni a venire, i sorrisi per gli incontri, l’incomprensione, e poi anche l’incomprensione e ancora l’incomprensione. I limiti. La verbosità.)

Se potesse bastare un commento su Facebook l’umanità sarebbe risolta. E invece la sofferenza è sofferenza e l’amore è amore e il dolore è dolore. E questo non è un appello, è solo una resa. E oggi, con tutta questa furia, quest’appiccicoso ovunque e manco un briciolo d’ironia, è l’arma migliore che ho.

Dove ero finito (spiegato con dei link)

Dopo un inizio anno passato disteso a causa di una frattura del perone, sono rientrato a lavoro e ne sono stato risucchiato. Tra la fine di febbraio e la metà di maggio ho seguito alcune cose: tipo questa, questa, questa e infine questa.

Barabba

Ma Barabba
fatto libero
che fine avrà fatto?

Colonna sonora per un bacio

È successo tutto mentre stavo preparando la cena. L’olio era caldo nella padella antiaderente, stavo buttando la cipolla, tagliata fine, a soffriggere. Ero pronto a godermi il suono dello sfrigolio quando fuori, dalla strada, è salita una musica.

Vivo in una via tranquilla. Mai uno schiamazzo, mai un rumore. Ma ora dalla strada cresceva un brano strumentale, con chitarre e violini, un rock lento. Ho scordato subito le cipolle in padella e mi sono avvicinato alla finestra. In quel momento le porte di una piccola utilitaria si sono aperte e la canzone si è diffusa con forza. Non sono riuscito a riconoscerla e decifrandone lo stile ho tentato di ipotizzarne l’autore. Le chitarre erano almeno due: la prima stendeva un tappeto grezzo, la seconda lo ricamava.

Ho aperto la finestra per ascoltare meglio e nello stesso istante dall’auto sono usciti un ragazzo e una ragazza: lui aveva i capelli cortissimi, era alto, portava un cappotto blu e delle scarpe da ginnastica. Lei un caschetto moro, la pelle chiarissima alla luce del lampione, una giacchettina nera, le calze scure e delle scarpe di vernice. Non li avevo mai visti nel mio quartiere.

Mentre i violini erano sul punto di detonare lui aveva raggiunto lei accanto al fianco sinistro della macchina. Portatole la mano sulla guancia, era poi rimasto immobile per qualche secondo. Nel tentativo di abbracciarlo, alla ragazza era scivolata la borsa dalla spalla. Li ho visti ridere per quella piccola imperfezione, mentre la seconda chitarra attaccava un assolo distorto e vibrato sugli alti: quei difetti erano in sincronia perfetta. Lui le ha poi cinto la vita con entrambe le mani, mentre lei portava le proprie attorno al suo collo. E come le loro bocche si sono sfiorate l’assolo si è fatto più alto, la batteria solenne, i violini urlanti. Li ho guardati stingersi forte ed avvolgersi, farsi più vicini possibile, combattere contro le stoffe e la materia e lo spazio, e staccarsi d’un colpo, mentre le chitarre tacevano, e solo i quarti scanditi dalla cassa facevano compagnia agli archi in ritirata. Le braccia del ragazzo si sono arrese, molli, quando lei si è voltata. Non una parola: mentre lui chiudeva la portiera di lei e tornava al posto di guida, la ragazza ha attraversato la strada, arrivando sotto alla mia finestra. Tra l’odore delle migliaia di cene di tutti i condomini ho sentito anche il suo profumo, e quando la macchina si è rimessa in moto non sapevo già più niente di quella canzone, e non ho potuto non sentire la voglia di passare la lingua sulle labbra, inumidirle, rendergli vita. Quando ho chiuso la finestra la macchina era già partita, la ragazza ormai fuori visuale.

Il soffritto iniziava a bruciarsi, ho spento il fornello e mi sono seduto a tavola, così.


cipcip

A #Pontassieve ci si ripara dai fuochi d'artificio con degli ombrellini rossi durante una cena di beneficenza nel Borgo per la festa del Patrono. Dette così sono troppe tutte insieme, però fico dai.

#madeintuscany #igersfirenze #Fireworks #Night #Red #Umbrellas