Ho fatto crollare Lungarno Torrigiani? La parola che crea e distrugge

(questo non è un post di analisi o riflessione su un fatto di cronaca. È una suggestione letteraria)

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Questa mattina presto una voragine lunga circa 200 metri si è aperta a Firenze, in pieno centro, sul Lungarno Torrigiani. La causa pare sia da attribuire alla rottura di un tubo dell’acqua. Lasciamo gli approfondimenti ai cronisti e alla Procura, che ha aperto un’inchiesta. In queste ore chiunque sta esprimendo pareri e attribuendo colpe. Mi interessa, ma non è questo il luogo.
Tutto ciò è accaduto a pochi metri da Ponte Vecchio, dagli Uffizi, dalla Biblioteca Nazionale, dalle case. Tra l’altro nell’anniversario dell’alluvione. Insomma: la portata del tema ha proporzioni enormi.

(Sapere che il cratere è stato procurato dalla rottura di un tubo di 70cm di diametro mi lascia sgomento: che un elemento così ordinario possa provocare un buco di queste dimensioni, che solo per caso non ha provocato morti o feriti, non mi tranquillizza. Accetterei più di buon grado il terrorismo, una bomba, l’invasione aliena, una battaglia tra supereroi.)

Ma questa mattina tra la frenesia e la contemplazione dello sciame mediatico conseguente al disastro ho provato un magone molto più personale. Per provare a disciplinare la mia incostante e incoerente attività di narratore ho da poco iniziato un corso. La prima lezione imparata è: per trovare un indirizzo nella scrittura bisogna mettersi a scrivere. È così che ho iniziato a cercare di mantenere l’impegno quotidiano di produrre tremila battute al giorno. Il testo per ora prodotto è amorfo, prende (poca) direzione giorno per giorno.

Il punto è che proprio in questi giorni stavo elaborando alcune scene ambientate sulle sponde dell’Arno: i personaggi lo attraversano e vi transitano più volte, passando proprio da Lungarno Torrigiani. Nello scrivere questi frammenti avevo scelto con cura i luoghi. Tanto dal punto di vista simbolico quanto da quello logistico, era fondamentale prevedere una discesa dal Forte di Belvedere fino alla Biblioteca Nazionale. Ci ero ripassato a piedi, avevo controllato le svolte su google maps. Mi ero impresso in testa la toponomastica. La scena che stavo descrivendo era ambientata nel maggio del 2016, nell’iperattualità. Poi preso dalla furia di chi ha un compito da svolgere, ho scritto. Era domenica pomeriggio. Dopo quattromila battute mi sono fermato. E sul fogliaccio degli appunti, prima di passare ad altri pensieri più importanti, ho segnato la pista da seguire per i capitoli futuri:

“esplosione??? Crollo Argine L.no Torrigiani”.

Questa mattina mi sono perciò trovato dentro ad un pensiero (irrispettoso, se visto con gli occhi della tragedia cittadina) ma che ha aperto un’altra voragine, tutta letteraria, o forse mi ha svelato uno specchio: la realtà ha boicottato la mia finzione, o la finzione ha condizionato la realtà?

Al di là dell’idiota senso di colpa dato dall’egocentrismo e dall’assoluta inopportunità del pensiero,  mi sono ricordato che all’autorialità corrisponde un potere generativo. La parola definisce e crea. Ogni lemma e ogni singolo morfema sono evidentemente molto più di segni, chi scrive è un demiurgo che plasma, un architetto che progetta, un muratore che costruisce, un allestitore che rifinisce. Talvolta, invece, può crollare tutto.
E di solito è meglio che capiti nella finzione.

 


(Ah. Non c’entra tantissimo con questo discorso: ma pensando alla relazione “personaggi-disastri” mi è venuto in mente Arturo Bandini di Chiedi alla Polvere e il terremoto di Long Beach)

Nel frattempo, due cose

The FLR. È una rivista nascente, bilingue. Una rivista italiana pensata per presentare in italiano e inglese, al pubblico anglofono fiorentino, ma anche oltreoceano (oltreoceano sì: non Oltrarno), il meglio della narrativa e della poesia italiana contemporanea.

Faccio ingiustamente parte del comitato di redazione. Qua la presentazione su Indiegogo, dove stanno arrivando tanti tanti contributi.


Ho scritto un pezzo su Vasco Brondi e sui testi delle canzoni de Le Luci della Centrale Elettrica. Ho voluto farlo perché ho come l’impressione che il cantante ferrarese dica più di quanto non si sia solitamente disposti a concedergli. Lo fa in un modo particolare, che mi pareva fosse giusto approfondire.

È su Riot Van, qua.

L’ultimo giorno dell’anno e quel che ricordo di me

Il 31 dicembre del 2000 avevo udito del pericolo millennium bug. Ero in campagna con i parenti e con l’avvicinarsi della mezzanotte sentii la vita venire meno. A mezzanotte chiusi gli occhi mentre stappavano lo spumante. A mezzanotte e dieci, nel buio delle colline rischiarate dai razzi sparati nei paesi a valle, realizzai di essere scampato a un disastro che credevo certo. Ebbi cara la vita.

Esattamente 12 anni fa per capodanno ero a casa di un’amica, un’amica che in realtà era la ragazzina che amavo già da un pezzo. Lei in quel periodo però amava un altro. A quella festa bevvi più di quanto convenisse fare, ma molto meno dell’umanità che mi circondava: la mia memoria non conserva quasi alcun ricordo della cena, ma ricordo comunque i frame nitidi di una compagnia variopinta che si affaccendava in giardino con fumi e bevande. Ricordo me rientrato in casa a scrivere poesie su un rotolo di carta igienica. In bagno entrò in corsa un ragazzo a vomitare, lo stesso che a inizio serata si era autodefinito campione di bevute. Gli ressi la testa, poi più tardi ricordo che moderai un dibattito sulla pena di morte, poi al mattino nel sacco a pelo c’era un’altra poesia – lunghissima, bruttissima – che portava la mia calligrafia senza che io ne sapessi niente. Il primo gennaio mi svegliai convinto di essere adulto.

Qualche anno dopo, credo fosse l’inverno della terza superiore, ho festeggiato capodanno con una vasta congrega, soprattutto amici della mia ragazza di allora. Un grande garage, o forse un fondo commerciale sfitto. Una stanzona vuota con musica e cibo e bere. Non ballai, ma parlai molto credo. La mia ragazza ad una certa se ne andò a dormire a casa di un’amica che viveva poco distante. Io stesi il sacco a pelo assieme ai collassati. Mi addormentai mandando messaggini di auguri in qua e là. Al mattino, rifacendo lo zaino, mi accorsi che non avevo con me il quaderno su cui da alcuni anni scrivevo quasi quotidianamente. Lo avevo portato con me e non c’era più. Sentii mancare l’aria, chiamai la mia ragazza. Lo avevo messo nella sua borsa, mi disse di non preoccuparmi, lo aveva lei con sé. Entrai nel panico. La implorai di non leggere. La supplicai con forza, la pregai disperato di non aprire nemmeno una pagina. Mi vergognavo troppo di ciò che scrivevo, ero terrorizzato dall’ipotesi di avere un lettore. Il pomeriggio del primo gennaio ci vedemmo e lei mi rese il quaderno e mi parve di essere tornato tutto intero. Su quel quaderno ho smesso di scrivere più o meno due anni dopo. Pochi mesi fa quella ragazza si è sposata e tutto il bene che le ho voluto è finito dentro un semplice sms mandato il giorno delle nozze, sì e no 100 caratteri di gioia sfusa. Nel provare certe forme di felicità non so ancora trattenermi dalla commozione.

Decisi di aprire questo blog dopo i fasti dell’era di splinder, il 31 dicembre di 4 anni fa, poco prima di andare a fare il cenone con fidanzata e amici. Ricordo che non fu affatto una bella serata, probabilmente litigai, ma a distanza di anni non riesco a ricordare esattamente perché. Esattamente non ricordo nemmeno perché riaprii un blog.

Due anni fa ho festeggiato capodanno con un’enorme famiglia di arabi cristiani, tra Gerusalemme e Betlemme. La mezzanotte passata a brindare a whisky e soda, a concedere balli sgangherati ai membri di una famiglia che mi aveva voluto includere. A notte fonda ero poi in una lussuosa discoteca di Betlemme, a poche centinaia di metri dal muro di separazione. Tacerò degli sguardi scambiati tra le luci e la dance tamarra mediorientale: ma dimentichi la destra ogni abilità e resti la mia lingua attaccata al palato, se dimenticassi quell’alba rallentata su Gerusalemme, se scordassi la devozione con cui raggiunsi il letto.

Lo scorso anno il primo gennaio mi sono svegliato nel silenzio, in una casa immersa nel nulla, e intorno c’era tantissima neve, e freddo, e luce riflessa un po’ ovunque, che gli occhi non riuscivano ad aprirsi del tutto. Con gli amici di sempre abbiamo rimesso la cucina, prima di salire in macchina e scendere giù a valle. Quel mattino, dopo più di due anni passati a spaventarmi di fronte allo specchio, con la barba che nascondeva i demoni della solitudine, mi trovai pronto ad accettare il deserto, e non ho provato mai più tutta quella paura.

Dove ero finito (spiegato con dei link) #2

Dopo un’estate felice, volevo dire che sono stato impegnato a fare diverse cose. Ne cito alcune, tra cui questa, questa e questa , nonché dei mini-documentari su temi di provincia radicale e terra umida, nonché chilometri di poesie sghembe appuntate su taccuini e sempre più spesso in conversazioni whatsapp.

Giusto per lasciare tutto in ordine e stabilire che addì 23 dicembre, antivigilia del Santo Natale 2015, mi trovo – sebbene provato dalle fatiche portate in dote dalla flessibilità – vivo ed operoso. E finanche sereno.

 

un momento di resa

Oggi sono stanco. Vi prego fate silenzio, vi prego. Basta sprecare fiato su cause a cui non tenete, dolori che non avete sulla schiena, angosce che non intuite, per cui fate finta di lottare con la tastiera. Tacete per rispetto. Non piangete i morti di ieri e di oggi e di domani, non fatelo in pubblico, sepolcri imbiancati, i sofferenti con cui solidarizzate da casa non sentono il vostro conforto. Morirete anche voi, soffrirete anche voi. Diffondete conoscenza, se ne avete, ma non alimentati altri roghi.
La falsità che ci ricopre la bacheca per il compleanno – nessuno sa quando è: se vi rallegrate per gli auguri di massa abbiate il pudore di ricredervi – non è bene vero. Non è male, ma il bene è un’altra cosa. E allo stesso modo il vostro affannarvi non è affanno: non ci credo, perché c’è l’arcobaleno per le coppie gay quando date di frocio a un conoscente, e la croce per la famiglia tradizionale quando violentate la moglie, e gli immigrati persi in mare, quelli appesi agli scogli, quelli che vendono gli accendini la sera, e le stragi nelle periferie del mondo, e l’economia della Grecia. Non ne so nulla, non ne sappiamo nulla. Non ne sappiamo abbastanza per avere il diritto di fingersi costituzionalisti grecisti filosofi economisti. Ne sappiamo abbastanza per volere bene forse. Possiamo capire e poi capire e poi dire. Ma non mi dite che avete avuto il tempo matematico per avere l’investitura e scendere nell’arena. Guerriglieri arditi arruolati in bande di cialtroni. Ma ci rendiamo conto di chi votiamo? Del malgoverno? Della corruzione che dilaga nei nostri spifferi? Delle stragi che meritiamo, del nostro razzismo condominiale? Di come lavoriamo male?
L’astensione dal commento non sempre è disinteresse. Non è non aver cura. È rifiutare il kronos e cogliere il kairos. È prendersi tempo per. Tutte queste guerre non sono nemmeno una battaglia. Nemmeno una rappresaglia da cortile. Cosa mettiamo in mostra?
I secondi in cui facciamo click e poi le settimane e gli anni alle nostre spalle, con amori e riti ed esami e lauree e progetti e lavori, e ancora i decenni (le mattine d’infanzia all’asilo o alla tv, i pomeriggi ai giardini, le preghiere nel letto, la spuma, l’odore di crema), ed il peso della storia, e il respiro dei tempi. Davvero c’è bisogno di fare il tifo? Davvero è necessario essere supporter sguaiati e intelligenti perché all’unisono, e ancor più intelligenti perché dissonanti? E cos’è quella storia che sentiamo sotto la milza quando non germogliano i like? Ci sentiremo mica soli? Ci vergogneremo mica a dimostrarsi incompetenti?

(Le spese del condominio, la benzina della macchina, un problema al lavoro, un amore che cresce inaspettato e inevitabile, i capelli che se ne vanno dalla nuca, il bruciore di stomaco, il non riuscire a non essere sempre ciò che si sente di dover essere, di poter essere, le generazioni a venire, i sorrisi per gli incontri, l’incomprensione, e poi anche l’incomprensione e ancora l’incomprensione. I limiti. La verbosità.)

Se potesse bastare un commento su Facebook l’umanità sarebbe risolta. E invece la sofferenza è sofferenza e l’amore è amore e il dolore è dolore. E questo non è un appello, è solo una resa. E oggi, con tutta questa furia, quest’appiccicoso ovunque e manco un briciolo d’ironia, è l’arma migliore che ho.

Dove ero finito (spiegato con dei link)

Dopo un inizio anno passato disteso a causa di una frattura del perone, sono rientrato a lavoro e ne sono stato risucchiato. Tra la fine di febbraio e la metà di maggio ho seguito alcune cose: tipo questa, questa, questa e infine questa.

Barabba

Ma Barabba
fatto libero
che fine avrà fatto?

Colonna sonora per un bacio

È successo tutto mentre stavo preparando la cena. L’olio era caldo nella padella antiaderente, stavo buttando la cipolla, tagliata fine, a soffriggere. Ero pronto a godermi il suono dello sfrigolio quando fuori, dalla strada, è salita una musica.

Vivo in una via tranquilla. Mai uno schiamazzo, mai un rumore. Ma ora dalla strada cresceva un brano strumentale, con chitarre e violini, un rock lento. Ho scordato subito le cipolle in padella e mi sono avvicinato alla finestra. In quel momento le porte di una piccola utilitaria si sono aperte e la canzone si è diffusa con forza. Non sono riuscito a riconoscerla e decifrandone lo stile ho tentato di ipotizzarne l’autore. Le chitarre erano almeno due: la prima stendeva un tappeto grezzo, la seconda lo ricamava.

Ho aperto la finestra per ascoltare meglio e nello stesso istante dall’auto sono usciti un ragazzo e una ragazza: lui aveva i capelli cortissimi, era alto, portava un cappotto blu e delle scarpe da ginnastica. Lei un caschetto moro, la pelle chiarissima alla luce del lampione, una giacchettina nera, le calze scure e delle scarpe di vernice. Non li avevo mai visti nel mio quartiere.

Mentre i violini erano sul punto di detonare lui aveva raggiunto lei accanto al fianco sinistro della macchina. Portatole la mano sulla guancia, era poi rimasto immobile per qualche secondo. Nel tentativo di abbracciarlo, alla ragazza era scivolata la borsa dalla spalla. Li ho visti ridere per quella piccola imperfezione, mentre la seconda chitarra attaccava un assolo distorto e vibrato sugli alti: quei difetti erano in sincronia perfetta. Lui le ha poi cinto la vita con entrambe le mani, mentre lei portava le proprie attorno al suo collo. E come le loro bocche si sono sfiorate l’assolo si è fatto più alto, la batteria solenne, i violini urlanti. Li ho guardati stingersi forte ed avvolgersi, farsi più vicini possibile, combattere contro le stoffe e la materia e lo spazio, e staccarsi d’un colpo, mentre le chitarre tacevano, e solo i quarti scanditi dalla cassa facevano compagnia agli archi in ritirata. Le braccia del ragazzo si sono arrese, molli, quando lei si è voltata. Non una parola: mentre lui chiudeva la portiera di lei e tornava al posto di guida, la ragazza ha attraversato la strada, arrivando sotto alla mia finestra. Tra l’odore delle migliaia di cene di tutti i condomini ho sentito anche il suo profumo, e quando la macchina si è rimessa in moto non sapevo già più niente di quella canzone, e non ho potuto non sentire la voglia di passare la lingua sulle labbra, inumidirle, rendergli vita. Quando ho chiuso la finestra la macchina era già partita, la ragazza ormai fuori visuale.

Il soffritto iniziava a bruciarsi, ho spento il fornello e mi sono seduto a tavola, così.

I pensieri dell’Onorevole Tiratore Franco al momento della votazione del Presidente della Repubblica

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Catafalco e insalatiera.

Tiratore, eccomi, mi hanno chiamato tocca a me ma guarda, il catafalco e l’urna, io mai avrei pensato, speriamo le telecamere valorizzino la giacca nuova in cashmere mi è costata una cifra che, però io quello non lo voto, in culo la direzione e la riunione interna e il parere della rete e il popolo del web e il patto del Nazareno io c’ho una coscienza, io il nome a cuor leggero, i giochi di partito, che poi son tutti bravi dicono di no no no in video e poi agli incontri di gruppo son tutti pronti fedeli alla linea, io il nome a cuor leggero non lo scrivo, ma vedi te che fica è quella, è passera davvero vista da vicino, in tutto questo tempo mica me ne ero accorto, Leone Pertini Cossiga Scalfaro Ciampi Napolitano avanti il prossimo, sta a me davvero, l’inserviente e il foglietto e la matita, ma guarda queste tendine di velluto!, chissà dove lo tengono il catafalco tutto il tempo e chissà perché catafalco, sembra una macchina da guerra, tutti sul catafalco ahahahah, basta, ora seri, ora io gliela faccio vedere, io, tanto fino alla terza votazione non se ne fa di nulla, tanto vale, tanto vale fare scompiglio, fare jenga!!!, maremma che sbuffo, il battutino del roastbeef è micidiale era meglio il tagliolino fresco, sicuro, specie in giornate così ecco ora scrivo il nome, prima cognome o prima nome?, nome e cognome come quando si firma o cognome e nome come sul bancomat?, boh, io scrivo, ahahaha ora mi viene da ridere, bono, tranquillo, stampatello, ecco fatto, SIFFREDI ROCCO, ahahaah basta ridere, ora esco tendina di velluto, vado all’urna, la chiamano tutti insalatiera ma non sembra, sembra più tipo una, basta, faccia impassibile, serissimo, poi magari sennò pensano che l’ho scritto io.

La schiuma dei sogni. Apologia del Memory Foam.

Sentivo parlare di materassi Memory Foam da tempo. Molto dalle coppie di amici pronte a convivere o a sposarsi (“…e il letto lo prendiamo sicuramente in Memory Foam”). E in tv, tantissimo: nelle televendite una bella ragazza (anzi: una bella donna, molto più rassicurante) va a letto con un abito da sera (già) e si adagia lentamente sul materasso: quello, in modo dolce e preciso, senza errori, si adatta al profilo del corpo di lei. Tentavo di capire a quale materiale potesse somigliare: è forse come distendersi nella neve? No, cede troppo. La sabbia? È molto più disordinata. Il pongo? Forse. Ma la vera magia è che pian piano questo Memory Foam torna ad essere liscio, come se non avesse conosciuto corpo, pronto ad accoglierti di nuovo, da capo, baciandoti sempre come se fosse la prima volta.

Gli occhi della ragazza della televendita improvvisamente si chiudono. Le scappa un sorriso di soddisfazione e godimento che non ha niente a che fare – sgombriamo questo campo – col piacere erotico. È un piacere distensivo, di corpo che si arrende alla superficie. È un godimento totalmente tattile, che si somma all’inedita gioia cerebrale di poter finalmente accettare senza nessun dispiacere la schiavitù della gravità terrestre. La televendita si conclude con il prezzo che viene scontato, allo sconto vengono aggiunte federe e copripiumoni, e coppie di cuscini, e solo per oggi, per i primi venti fortunati, anche una trapunta primaverile disponibile in tre diverse fantasie.

Rimuovi la televendita dalla testa e ti ritrovi il Memory Foam sulle offerte di Groupon, nel catalogo che sfogli in fila alle Poste, nelle parole di un tuo capo che soffriva di insonnia e ora dorme che è una meraviglia, nelle promozioni di Amazon, nei discorsi di una zia.

A parte alcuni casi di forte stress e agitazione (qualche breve periodo, circoscritto, in cui ho avuto serie difficoltà ad addormentarmi), sono una persona dal sonno molto facile. Dormo ovunque, mi spengo con grande facilità su qualsiasi piano, anche irregolare, in qualunque posizione. Dormo per terra senza problemi, amo le poltrone di Trenitalia, ho ghirato un intero viaggio tra le montagne marocchine stivato nel bagagliaio di un minivan incastrato tra gli zaini dei miei amici. È una dote quasi estrema, per capirsi. E quando mi sveglio per sbaglio, infastidito da un contatto o da un rumore o da una luce, se capisco che c’è possibilità di continuare il dialogo con Morfeo, non faccio una piega: chiudo gli occhi e riprendo da dove ero rimasto.

Converrete che per una persona del genere, nonostante tutto, il letto in Memory Foam è un oggetto superfluo.

Ma si da il caso che il materasso dell’Ikea su cui da due anni dormo (e su cui prima di me aveva dormito una giovane coppia assai corpulenta ed attiva sessualmente che aveva compromesso in modo irrimediabile la conformazione del mio giaciglio) fosse realmente giunto ad un capolinea.

Si è arrivati così, finalmente, alla fase della storia in cui io, approfittando delle festività e di una vantaggiosissima offerta, acquisisco un materasso in Memory Foam. È successo pochi giorni fa. L’ho srotolato e da solo ha guadagnato volume. Mezza giornata di lievitazione. Poi mi ci sono disteso sopra, senza lenzuola né nulla, per testarne le qualità.

E allora mi sono addormentato e ho rivisto gli occhi socchiusi di tutte le donne di tutte le televendite del mondo e le labbra che curvano in un sospiro di gioia pura e ho capito che le pubblicità non sono bugiarde, il mercato è davvero lì per il nostro benessere, e ho sentito dentro di me un singulto. Mi sono svegliato e ho versato una lacrima, una, grande, che è atterrata sul nuovo materasso in Memory Foam: e non è stata assorbita dal tessuto sintetico, non si è nemmeno scomposta in milioni di micro bollicine, non è scomparsa: è stata accolta, dolcemente, prima che mi riaddormentassi.

E se questo fosse il momento della televendita in cui qualcuno deve riportare la propria testimonianza, se venissero qua con le telecamere a intervistarmi, beh, io  mi sveglierei e direi, con voce mal doppiata: “io non capisco esattamente perché, ma tutta questa felicità calduccia mi ispira benessere. Vorrei andare in letargo”.

E mentre capisco che il mio non è che un inno alla borghesia, la coscienza è vinta e la stanchezza mi acciuffa di nuovo e dormo e sogno i cantanti morti e una scena di un film vecchissimo dove una madre piange e le clausole nascoste nei decreti e i chilometri di rassegna stampa da montare e tanti altri problemi e in definitiva, mentre mi sveglio di nuovo, mi vergogno di aver provato felicità.


cipcip

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#JanFabre al #ForteBelvedere, quando il museo chiude e rimane il silenzio.
Questo è l'uomo che porta la croce, paladino del dubbio.

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