Boia che neve

(dal barbiere)

– Boia che neve!
– Ma ti ricordi di quando la venne giù per tre giorni, ce n’era mezzo metro a Pontassieve?
– Sì, che ci prese il grullo e si decise d’andare a vedere com’era in Casentino…
– Eh, ma ci si fermò passato Diacceto, perché più su non c’era verso di salire….
– Che neve, che tempi!
– Che a tornare si trovò quelle due per la strada, poerine, avevan du’cenci addosso, che diaccio le pativano!
– Difatti le moriron dopo poco.
– Già.

Aggiornando via via questo blog con gli episodi più o meno reali (più più che meno) mi son trovato a che fare con due faccende: una riguarda il problema della trascrizione della parlata fiorentina (sostituire le “c” con le “h” non è né sufficiente né simpatico), l’altra riguarda il continuo ripresentarsi di qualcosa che chiamerei “tragicomico” (un cambio di registro, a volte improvviso, a volte impercettibile, dove dalla battuta fiorisce la malinconia, o dove il dramma è affiancato dalla beffa e dal riso).

Sono due faccende diverse, ma che credo siano importanti e meritevoli di un approfondimento. Ogni tanto ci tornerò su.

Annunci

2 pensieri riguardo “Boia che neve”

  1. Ti dico una cosa che c’entra il giusto ma sono le tre.

    Io per esempio odio la parlata fiorentina come valore, ma sono le 3 e 06 in questo momento e non ho voglia di approfondire la questione. è un po’ come se ti dicessi che mi piace il kus kus che ho mangiato oggi, che è già ieri a cena, ma tu abbi pazienza.

    (e questo un po’ c’entrava)

    io mi sto interrogando molto e da un bel po’ di tempo sul comico e sul senso della risata. per lo più non capisco mai perché rido. e pensare che rido tantissimo e mi fanno ridere più o meno le stesse cose, forse quest’ultima affermazione non è propriamente vera. tu lo sai perché ridi? c’è qualcuno che lo sa? se lo sai o se sai di qualcuno che lo sa fammelo sapere.

  2. Io non do alla parlata fiorentina un valore “ontologico”, mi interessa perché è la “lingua” di queste parti, e quando mi trovo a descrivere o raccontare persone e luoghi che mi stanno intorno per forza di cose mi pongo la questione di come farlo. Non sopporto il “vohabolario” o aggeggi simili, da un lato perché mi pare facciano parte di una cultura pseudo-leghista, da un altro perché spesso è pura legittimazione della grezzaggine, coperta dalla scusa degli usi e costumi. Però un valore c’è, è quello del quotidiano e del ruolo che questa parlata ha nelle vite di chi la usa. C’è anche la questione delle origini e delle radici, capire da dove veniamo, ecc. ma per adesso l’aspetto storico non è quello che mi interessa di più.

    Per quanto riguarda il comico anch’io mi sto ponendo diverse domande. A volte riesco a capire perché rido, ci sono alcune situazioni standard, dei meccanismi (l’equivoco, il doppiosenso, il gioco linguistico, la reiterazione del medesimo, l’esagerazione, le allusioni, ecc.). La cosa che mi domando sempre più spesso è se il riso in certe situazioni è un gesto violento (esempio banale è la battuta contro lo sfigatello del gruppo). Altre volte boh…un sacco di dilemmi, ma sono le 3 (del pomeriggio) e non sono in grado di affrontarle…

    (c’era l’inizio di una puntata storica dei griffin, mi pare fosse “tutto accadde in una scuola”, con una voce fuori campo che diceva più o meno “esistono due tipi di programmi, quelli che fanno ridere servendosi di espedienti domestici, come il tentativo maldestro di riparare di un tubo…, e altri che fanno ridere servendosi delle scorregge. Questo è uno di quelli”. A quel punto Peter Scorreggia e io rido come un cretino…)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...