raccontare le primarie del PD del tuo paese.

Questo non è un post politico.

(apro la parentesi già prima di iniziare: sarà assente da questo discorso una riflessione sullo stato dell’informazione, sulla difficoltà di fare giornalismo oggi, a venticinque anni, di quali siano i compensi e di quali siano gli impegni, di cosa sia effettivamente il lavoro redazionale, la ricerca della notizia, di quanto sia il tempo da dedicare a tutto ciò in una giornata in cui, per campare, si fa anche e soprattutto altro. Questa riflessione sarà assente da questo discorso, ma è bene tenerla presente in sottofondo.)

Quando capii di voler provare a fare questo mestiere mi dissi: va bene tutto, ma non la cronaca locale. Ambire alla verità, alla bellezza, alla descrizione del reale, al comporre il mosaico della complessità, non ammetteva – nella mia testa – l’ipotesi di dover trattare di marciapiedi da asfaltare o di fognature esplose. Spesso chi inizia a fare questo mestiere pensa (se non al calcio), in prima istanza alla mafia o ai reportage di guerra. Io non pensavo a quello, ma a cose addirittura più astratte e grandi ed impegnative. In ogni caso (a vent’anni era fuori discussione) non avrei mai trattato di grette vicende di paese.

Chiaramente sono finito a fare cronaca locale. Ci sono finito, ho fatto capolino fuori, ho tentato di eclissarmi, ma in un modo o nell’altro sono sempre qua. È possibile anche scapparne, non è neppure così difficile: si trova chi ti chiede di scrivere di altro, di raccontare altre storie, in altro modo. Ma dalla cronaca locale, per un motivo o per l’altro, ancora, non sono riuscito a fuggire sul serio.

(in questa parentesi si potrebbe provare a dire come fuggire dall’informazione locale significhi tentare di fuggire, in ultima istanza, dalla provincia. Ma questo discorso non lo completo, dico solo che una riflessione del genere, se interiorizzata, porta a delle conseguenze capaci di terrorizzarti fino a coinvolgerti nuovamente nella comunità e nel territorio. Fino a farti sentire responsabile).

Ecco: adesso nel mio paese, nel paese che dovrei raccontare con una piccola emittente locale, ci sono le primarie del PD.

(ah, per far capire quanto la vicenda possa essere totalizzante: il mio paese è quello in cui vive Matteo Renzi ed in cui il PCI (e PDS, DS, PD) ha governato ininterrottamente dalla fine del fascismo ad oggi.)

A contendersi il posto di candidato sindaco ci sono due persone con cui – naturalmente – ho incrociato un tratto di strada.

In un caso un percorso educativo e di amicizia. Una persona che, quando ancora ero a immaginare un mondo in cui non avrei mai documentato un incidente su una strada secondaria di una frazione, mi aveva invitato al realismo e allo stesso tempo al sogno. L’altra persona non è mia amica: l’ho incrociata, negli ultimi anni, facendo questo mestiere. Un rapporto tra cittadino e istituzione, o tra giornalista e politico. Eppure è stato un rapporto che considero, in un certo senso, vero e cordiale. Inutile che tenti di negare il rispetto che provo, il valore che le riconosco.

(Poco importa, qua, la mia posizione politica. Da queste parti si danno troppe cose per scontate. Ma non indaghiamo ora se quel partito mi rappresenti o meno. Se io l’abbia o non l’abbia mai votato. Se sia d’accordo su quel tema o no. Se voterò l’uno o l’altro candidato.)

(Inciso: non voterò nessuno dei due: alle primarie del PD non voto.)

Ecco, le primarie del PD (anche se stavolta non è quel tipo di primarie in cui ci si scanna e si creano polemiche pretestuose) mi mandano in tilt: è qua che trova risposta l’antico rifiuto dell’idea di narrazione del territorio. Cerco di simulare distanza a suon di risate ma sono totalmente coinvolto e ogni movimento – al di là delle dovute cautele deontologiche – è in prima istanza un atto di coscienza, di lavoro nell’intimo, di timore di giudizio. È un dramma: le persone schierate attorno a te, le voci, qualche idea, le storie. E io defilato, ma nel mezzo. Non è informazione, è etica pura.

A chi assiste (perché l’evento politico lo vive come spettacolo, come talk show o come partita) chiedo una sola cosa: abbiate pietà, e tenete conto del fatto che i narratori fanno difficoltà a sceglier le parole quando raccontano storie lontane: figuratevi voi, quando il documentare un comizio ci mette di fronte a vecchi e nuovi amici, ai conoscenti, ai compaesani, ai condomini. Al paese intero. Verrebbe da rinunciare in partenza. In tasca, d’altronde, me ne viene una cifra che oscilla tra il poco e il nulla.

Ma ad un certo punto sento il piombo ai piedi: saranno le radici, mi dico. Provo allora a metter da parte i conflitti interiori e mi rimetto a osservare, ad ascoltare, a capire. Altro che fuga dalla provincia.

(In fondo quando smette di piovere, quando i marciapiedi sono a posto, i cantieri sistemati, le scuole inaugurate, quando uno è in terrazza, o in collina, o sul fiume, quando i conoscenti escono dal circolo o dal comitato elettorale, posano i volantini e abbandonano le bacheche di facebook, quando interrompono la sfida e si siedono per una birra, quando ci diamo tregua, qua, tutto sommato, non è poi difficile sentirsi a casa.)

Mi sa che non son fatto per questo mestiere, ma vedrò di fare a modo.

Voialtri – coinvolti di ogni frangia, di ogni partito, di ogni non partito, di ogni panchina, di ogni bar – non donatemi pretesto, vincitori o vinti, di ambire di nuovo alla fuga.

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