non era sangue

Lungo e stretto come una lingua di una dozzina di metri, il locale aveva la porta d’ingresso su uno dei lati stretti ed il bancone sul lato opposto. In un tavolino rialzato, lontano dall’entrata, su degli alti sgabelli sedevano Martino ed una ragazza.

Era passata da poco la mezzanotte quando fecero il loro ingresso, anticipati da voci chiassose, quattro ragazzi del posto. Dettero un’occhiata in giro e si sistemarono nell’unico spazio libero, vicino alla porta. Non si accorsero di Martino finché non ebbero ordinato la birra: dava loro le spalle, lo notarono solo quando, insistendo con lo sguardo in direzione del bancone in attesa della cameriera, ne intuirono il profilo. Nel locale c’erano molte persone, dalle due piccole casse fuoriuscivano canzoni folk piuttosto anonime. Arrivate le birre, riconobbero con certezza Martino mentre si voltava e si chinava a raccogliere qualcosa. Da lì in poi iniziarono a parlare di lui:

– Poraccio, quello è scosso.
– Mai stato troppo a posto, è un mezzo stordito.
– è un musone, e tutte le volte che apre bocca è un patire: già non gli vengono le “R”, poi si mangia mezze parole.
– E si lamenta anche che non lo capiscono! Ma lo avete visto su Facebook?
– E quando la Vale ci raccontò che le aveva chiesto di uscire? Lei per pena se lo portò fuori e intanto ci mandava i messaggini perché non lo sopportava…

Oltre le spalle di Martino, che aveva involontariamente calamitato le attenzioni dei quattro, spuntò una testolina bionda, capelli lisci raccolti a coda di cavallo, pelle chiara e labbra tinte: non riuscendo a capire chi fosse la ragazza, e intrigati da quell’improbabile avventura in cui si era imbarcato quel loro conoscente, decisero di alzarsi a turno, in direzione del bagno, per poterli osservare meglio.

Partì uno di loro, verso la porta che stava alla destra del bancone. Non si voltò a guardare la coppia, ma rientrando poi verso il proprio tavolo gettò dapprima un’occhiata verso Martino, con cui scambiò un rapido gesto di saluto, ed in seconda battuta uno sguardo alla ragazza. Oltrepassato il tavolino, nel breve tragitto verso i compagni, alternò risa ad espressioni di stupore.

– Boia che fica!
– Ma davvero?
– Sì! E ride e chiacchiera…ragionano!

Poche gomitate e commenti dopo, un secondo del gruppo si avviò verso il bagno per verificare quanto riportato. Al rientro confermò il resoconto. Si concentrarono dunque sul fantasticare chi fosse la ragazza e come soprattutto potesse godere della compagnia di Martino. Nel locale fu abbassata la musica e le loro ipotesi – sviluppate a voce troppo alta – si fecero probabilmente largo nella sala, causando il fastidio degli avventori e l’attenzione dell’interessato. Si girò verso di loro e capì subito che i quattro stavano parlando di lui.

Dopo poco, in ogni caso, i due si alzarono. Lei scesa dallo sgabello infilò il cappotto e precedendo il ragazzo si avviò verso l’uscita, sorridente e perfetta sui tacchi. Martino continuava ad avere lo sguardo basso: difficilmente appariva allegro.

Scorrendo accanto al tavolo dei quattro, provocarono un attimo di gelo. Erano stupiti dall’effettiva bellezza di lei, evidentemente troppo rispetto a quanto avrebbero concesso – anche nella più entusiastica delle supposizioni – ad uno come Martino. Non si salutarono, ed una volta che i due furono fuori dal pub gli altri ripresero a commentare, domandandosi dove avesse mai potuto rimediare una tipa del genere. In ogni caso, si dissero, non poteva andare bene.

– Ma l’hai vista la faccia di lui? Ha preso un rimbalzo sicuro.
– E lei che rideva! Lo pigliava per il culo, sicuro!
– Ora come minimo proverà a baciarla, sai che stonfi!

Proseguendo coi discorsi, i ragazzi notarono che al tavolino ora vuoto della coppia era rimasto, in bella posta, il cappotto di Martino. Senza fare in tempo a progettare iniziative o analisi si riaprì il portone, ed il ragazzo, sempre con lo sguardo basso, andò a recuperare la giacca. Mentre si voltava, da lontano, si poteva notare uno sbrego rosso tra l’orecchio e la bocca, come una grande voglia. Ad uno sguardo più attento i quattro stabilirono si trattasse di un livido, un graffio o un grosso ematoma.

– Te l’ho detto ne buscava!
– No, vedi, vedi! Gli ha spaccato il labbro…
– Ma vedi te quella fava è riuscito a farsi ricoprire di sangue con un ceffone!

Intanto, infilato il cappotto, Martino con la solita espressione imboccò la propria passerella verso l’esterno del locale. Giunto di fronte alla porta si voltò di lato per fare un cenno di saluto ai ragazzi mentre si sistemava i bottoni. Mostrò così da vicino il segno rosso sul lato della faccia, dal labbro a metà guancia.

A meno di un metro di distanza da loro, prima che varcasse la soglia e raggiungesse il piazzale, i quattro fecero in tempo a capire che non era sangue, ma rossetto.

Immaginando quei baci, infine, fecero silenzio.

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