2 novembre. L’ultima della famiglia.

Qualche mattina fa (era domenica) alle nove mi ha svegliato un’amica in lacrime: dovevamo andare a fare un giro insieme nel primo pomeriggio, volevamo fare due chiacchiere dopo diversi mesi. Mi ha chiesto con la voce rotta se rammentassi di Roberto, il babbo di Filippo. In realtà, sradicato dal cuscino, ricordavo poco: poi ho ricostruito e aggiunto e limato. E infine questa storia, che di limato non so quanto abbia, la racconterei così.

Inizierei dall’aeroporto di Peretola, che è una specie di grande autogrill alla periferia di Firenze. Si ragiona in continuazione di allungarlo per farci atterrare più aerei – che non è concepibile che una città del genere debba far scendere i turisti a Pisa. La storia dell’allungamento di Peretola stimola conversazioni tecniche di un certo livello, perché le alternative sono varie, come i problemi che ciascuna di essa presenta. Si può allungare a diritto, o realizzarne una doppia parallela, o una convergente. Le varie opzioni disturbano qualcuno o qualcosa, tipo i centri abitati di Brozzi e Quaracchi, l’area del Macrolotto a Prato, dove i cinesi senza nome vivono nascosti lavorando nei capannoni, oppure le nuove piste costringono gli aerei a sfiorare l’autostrada. Un’alternativa potrebbe essere lasciare la pista così com’è e migliorare la linea ferroviaria tra Firenze e Pisa: un treno veloce e puntuale accontenterebbe tutti, al di là dei campanilismi.
È la tesi che Roberto sta sostenendo la domenica 20 dicembre del 2009, con la moglie Ines a fianco, mentre parcheggia l’auto di fronte all’ingresso dell’aeroporto. Lei è nata ad Utrecht, non si accende su nessuna polemica ed è ancora portata a considerare tutto ciò come un tratto caratteristico e pittoresco dell’italianità. Ha ottenuto qualche giorno libero in più, prima del Natale, per tornare dai parenti in Olanda, pronta a rientrare il 24 pomeriggio per la cena della vigilia. Roberto e Ines si baciano di fronte al check-in, lui la aiuta con le valigie e le dà indicazioni precisissime su birre e formaggi da riportare in Italia. Le fa un cenno con la mano mentre lei si immette nella fila verso il controllo bagagli.

Il 24 pomeriggio Roberto è con Filippo, 22 anni, iscritto ad ingegneria meccanica, ad aspettare Ines: il tabellone elettronico dà per arrivato il volo proveniente da Amsterdam-Schipol, ma tra i passeggeri che oltrepassano la porta scorrevole – tutti silenti – lei non c’è. Di lì a poco Roberto e Filippo (avevano appena finito di ridere di Patrick Kluivert, ex ragazzo prodigio del calcio olandese finito a chiudere la carriera in qualche squadretta francese) avrebbero appreso da un funzionario della polizia aeroportuale che Ines si trovava in un’ambulanza in pista, che sullo spazio aereo tra la Liguria e la Versilia aveva avuto un malore, un infarto, che ogni tentativo di rianimazione nonostante la presenza di medici a bordo era stato vano, e poco prima dell’atterraggio (coi passeggeri sconvolti, neanche uno con la cintura di sicurezza, le hostess insolitamente fuori posa) era stato certificato il decesso.

Filippo – per sua stessa ammissione pubblica via Facebook – aveva “iniziato a smettere di fumare” nel maggio del 2011. Lo ha annunciato in bacheca per raccogliere incoraggiamenti. Ci si sarebbe potuto leggere un richiamo alla scomparsa della madre, ma lui in quel momento pensa, piuttosto, alla ragazza (fidanzata con un altro) con cui ha iniziato ad uscire di nascosto. Lei non sopporta l’odore del fumo e dopo qualche uscita le ha lanciato la sfida: se fosse riuscito a chiudere con le sigarette, avrebbe seriamente pensato a mettere un termine alla relazione, ormai stanca, col suo ragazzo. Glielo propone ridendo, suona più promessa che ricatto, e Filippo la bacia e dichiara: fumo l’ultima. Tira fuori una Chesterfield dal pacchetto e la aspira poggiato al cofano dell’Agila, innamorato convinto.
La scommessa dei due si rivela un ginepraio mascherato dall’entusiasmo, perché Camilla non riesce mai a lasciare l’ex, Filippo non è capace di insistere per paura di perderla come amante, e solo la partenza di lei per l’Erasmus e il divieto assoluto di andarla a trovare riescono a far terminare un gioco di temporeggiamenti durato quasi sei mesi. Indietro con l’università, a ventisei anni non ha finito la triennale: Filippo torna in tabaccheria a comprare le sigarette un martedì mattina di novembre. Parcheggia dietro alla stazione di Rovezzano, sul vialone in cui le casette comunali per le famiglie rom fanno da anticamera alle colline verso Settignano. Guarda l’ora sul telefono, toglie una cicca dal pacchetto per poi abbandonarlo sul sedile, chiude l’auto e si dirige in stazione. A quell’ora del mattino non c’è nessuno sulle banchine: al suono della campanella e dell’annuncio del treno in transito Filippo ha ormai la sua ultima sigaretta a metà, e dando le ultime boccate con le lacrime agli occhi si sistema preciso sotto il Freccia Rossa diretto a Roma.

Roberto, rimasto solo, impiega più tempo a cercare le spiegazioni che a elaborare il lutto. Ancora di più gli occorre per adattarsi alla solitudine. Ma quando ormai tentare approcci di senso sembra impossibile, trova una ragione nell’assistenza alla madre Valeria: 88 anni, l’unico familiare ancora in vita, è stata ricoverata per un intervento all’intestino, uno di quelli che a quell’età consideri fatali, o sintomatici di un arrivo ormai vicino. Fa la spola dall’appartamento al lavoro e dal lavoro all’ospedale e prega per la vita della madre per aver salva la sua: questa sensazione la confessa una sera in un ristorante poco fuori dal centro, bevendo un bicchiere di vino assieme a Serena, di dieci anni più giovane di lui, ma come lui già vedova. Si erano incontrati proprio in Ospedale e senza la presunzione di voler trasformare la naturale empatia in un affetto più elaborato avevano iniziato a frequentarsi. La gente sola prova a far quadrato, le dice lei a fine pasto, mentre Roberto ordina il limoncello e si balocca con la carta della tovaglietta. È sabato sera, e quando lui si alza per pagare il conto il locale continua a riempirsi di ragazzi. Serena non aveva avuto figli e guardando i ragazzi entrare prova nostalgia di ciò che non ha conosciuto: persa nell’intreccio delle possibilità mancate, vede poi Roberto schiantarsi a terra, fulminato da un male che nessuno – per buon senso – ebbe il cuore di sapere se fosse un infarto, un ictus, o altro.

È questa la storia che ho ricostruito di domenica mattina, svegliato dalla chiamata. Con le cispe agli occhi e la bocca secca: la birra la sera pare sempre dissetante, e il whisky riscalda, ma ho imparato che in realtà l’alcool assorbe liquidi e il palato è il primo a farne le spese. Ho rimontato la storia in pochi istanti, con la conversazione ancora aperta, mentre la mia amica mi ha ricordato, piangendo, quando fosse legata a quella famiglia, scomparsa pezzo per pezzo, e che davvero – ma in questi casi non si può neanche definire sensibilità – si scusava confidando nella mia comprensione per l’appuntamento pomeridiano da rimandare.

Ribaltando il piumone mi sono avviato in bagno colto da un brivido per i piedi nudi sul pavimento. Tirata l’acqua, soffermandomi di fronte allo specchio, mi sono visto le occhiaie e ho pensato alla vecchiaia. Poi come un baleno – in cui ho provato a rifiutare la possibilità di una disperazione così grande e così evidente, di una devastazione affettiva così plateale e di un mondo in cui il dolore possa essere così totalizzante – ho visto riflessa la nonna Valeria: ho immaginato il funerale di Roberto e questa donna in prima fila, dalla panca della chiesa, sorretta da qualche conoscente fino al cimitero, o forse spinta in carrozzina, prima di essere riportata in ospedale.
Io che mi appassiono ai chiaroscuri e alle storie in cui si fa casino la sera dopo cena, e c’è qualche gruppo che suona in fondo alla via, e le ragazze iniziano a vestirsi leggere, io che mi innamoro di queste cose qua e mi vien volentieri di scriverle, io una storia come questa non l’avrei davvero mai voluta raccontare: solo il non conoscere i tratti del volto di quella nonna mi ha permesso di rientrare sotto la coperta.
Da lì si è aperto uno spiraglio e poi l’abisso, e dal fondo del fondo splendeva una lucina che saliva come preghiera.

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