La schiuma dei sogni. Apologia del Memory Foam.

Sentivo parlare di materassi Memory Foam da tempo. Molto dalle coppie di amici pronte a convivere o a sposarsi (“…e il letto lo prendiamo sicuramente in Memory Foam”). E in tv, tantissimo: nelle televendite una bella ragazza (anzi: una bella donna, molto più rassicurante) va a letto con un abito da sera (già) e si adagia lentamente sul materasso: quello, in modo dolce e preciso, senza errori, si adatta al profilo del corpo di lei. Tentavo di capire a quale materiale potesse somigliare: è forse come distendersi nella neve? No, cede troppo. La sabbia? È molto più disordinata. Il pongo? Forse. Ma la vera magia è che pian piano questo Memory Foam torna ad essere liscio, come se non avesse conosciuto corpo, pronto ad accoglierti di nuovo, da capo, baciandoti sempre come se fosse la prima volta.

Gli occhi della ragazza della televendita improvvisamente si chiudono. Le scappa un sorriso di soddisfazione e godimento che non ha niente a che fare – sgombriamo questo campo – col piacere erotico. È un piacere distensivo, di corpo che si arrende alla superficie. È un godimento totalmente tattile, che si somma all’inedita gioia cerebrale di poter finalmente accettare senza nessun dispiacere la schiavitù della gravità terrestre. La televendita si conclude con il prezzo che viene scontato, allo sconto vengono aggiunte federe e copripiumoni, e coppie di cuscini, e solo per oggi, per i primi venti fortunati, anche una trapunta primaverile disponibile in tre diverse fantasie.

Rimuovi la televendita dalla testa e ti ritrovi il Memory Foam sulle offerte di Groupon, nel catalogo che sfogli in fila alle Poste, nelle parole di un tuo capo che soffriva di insonnia e ora dorme che è una meraviglia, nelle promozioni di Amazon, nei discorsi di una zia.

A parte alcuni casi di forte stress e agitazione (qualche breve periodo, circoscritto, in cui ho avuto serie difficoltà ad addormentarmi), sono una persona dal sonno molto facile. Dormo ovunque, mi spengo con grande facilità su qualsiasi piano, anche irregolare, in qualunque posizione. Dormo per terra senza problemi, amo le poltrone di Trenitalia, ho ghirato un intero viaggio tra le montagne marocchine stivato nel bagagliaio di un minivan incastrato tra gli zaini dei miei amici. È una dote quasi estrema, per capirsi. E quando mi sveglio per sbaglio, infastidito da un contatto o da un rumore o da una luce, se capisco che c’è possibilità di continuare il dialogo con Morfeo, non faccio una piega: chiudo gli occhi e riprendo da dove ero rimasto.

Converrete che per una persona del genere, nonostante tutto, il letto in Memory Foam è un oggetto superfluo.

Ma si da il caso che il materasso dell’Ikea su cui da due anni dormo (e su cui prima di me aveva dormito una giovane coppia assai corpulenta ed attiva sessualmente che aveva compromesso in modo irrimediabile la conformazione del mio giaciglio) fosse realmente giunto ad un capolinea.

Si è arrivati così, finalmente, alla fase della storia in cui io, approfittando delle festività e di una vantaggiosissima offerta, acquisisco un materasso in Memory Foam. È successo pochi giorni fa. L’ho srotolato e da solo ha guadagnato volume. Mezza giornata di lievitazione. Poi mi ci sono disteso sopra, senza lenzuola né nulla, per testarne le qualità.

E allora mi sono addormentato e ho rivisto gli occhi socchiusi di tutte le donne di tutte le televendite del mondo e le labbra che curvano in un sospiro di gioia pura e ho capito che le pubblicità non sono bugiarde, il mercato è davvero lì per il nostro benessere, e ho sentito dentro di me un singulto. Mi sono svegliato e ho versato una lacrima, una, grande, che è atterrata sul nuovo materasso in Memory Foam: e non è stata assorbita dal tessuto sintetico, non si è nemmeno scomposta in milioni di micro bollicine, non è scomparsa: è stata accolta, dolcemente, prima che mi riaddormentassi.

E se questo fosse il momento della televendita in cui qualcuno deve riportare la propria testimonianza, se venissero qua con le telecamere a intervistarmi, beh, io  mi sveglierei e direi, con voce mal doppiata: “io non capisco esattamente perché, ma tutta questa felicità calduccia mi ispira benessere. Vorrei andare in letargo”.

E mentre capisco che il mio non è che un inno alla borghesia, la coscienza è vinta e la stanchezza mi acciuffa di nuovo e dormo e sogno i cantanti morti e una scena di un film vecchissimo dove una madre piange e le clausole nascoste nei decreti e i chilometri di rassegna stampa da montare e tanti altri problemi e in definitiva, mentre mi sveglio di nuovo, mi vergogno di aver provato felicità.

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