un momento di resa

Oggi sono stanco. Vi prego fate silenzio, vi prego. Basta sprecare fiato su cause a cui non tenete, dolori che non avete sulla schiena, angosce che non intuite, per cui fate finta di lottare con la tastiera. Tacete per rispetto. Non piangete i morti di ieri e di oggi e di domani, non fatelo in pubblico, sepolcri imbiancati, i sofferenti con cui solidarizzate da casa non sentono il vostro conforto. Morirete anche voi, soffrirete anche voi. Diffondete conoscenza, se ne avete, ma non alimentati altri roghi.
La falsità che ci ricopre la bacheca per il compleanno – nessuno sa quando è: se vi rallegrate per gli auguri di massa abbiate il pudore di ricredervi – non è bene vero. Non è male, ma il bene è un’altra cosa. E allo stesso modo il vostro affannarvi non è affanno: non ci credo, perché c’è l’arcobaleno per le coppie gay quando date di frocio a un conoscente, e la croce per la famiglia tradizionale quando violentate la moglie, e gli immigrati persi in mare, quelli appesi agli scogli, quelli che vendono gli accendini la sera, e le stragi nelle periferie del mondo, e l’economia della Grecia. Non ne so nulla, non ne sappiamo nulla. Non ne sappiamo abbastanza per avere il diritto di fingersi costituzionalisti grecisti filosofi economisti. Ne sappiamo abbastanza per volere bene forse. Possiamo capire e poi capire e poi dire. Ma non mi dite che avete avuto il tempo matematico per avere l’investitura e scendere nell’arena. Guerriglieri arditi arruolati in bande di cialtroni. Ma ci rendiamo conto di chi votiamo? Del malgoverno? Della corruzione che dilaga nei nostri spifferi? Delle stragi che meritiamo, del nostro razzismo condominiale? Di come lavoriamo male?
L’astensione dal commento non sempre è disinteresse. Non è non aver cura. È rifiutare il kronos e cogliere il kairos. È prendersi tempo per. Tutte queste guerre non sono nemmeno una battaglia. Nemmeno una rappresaglia da cortile. Cosa mettiamo in mostra?
I secondi in cui facciamo click e poi le settimane e gli anni alle nostre spalle, con amori e riti ed esami e lauree e progetti e lavori, e ancora i decenni (le mattine d’infanzia all’asilo o alla tv, i pomeriggi ai giardini, le preghiere nel letto, la spuma, l’odore di crema), ed il peso della storia, e il respiro dei tempi. Davvero c’è bisogno di fare il tifo? Davvero è necessario essere supporter sguaiati e intelligenti perché all’unisono, e ancor più intelligenti perché dissonanti? E cos’è quella storia che sentiamo sotto la milza quando non germogliano i like? Ci sentiremo mica soli? Ci vergogneremo mica a dimostrarsi incompetenti?

(Le spese del condominio, la benzina della macchina, un problema al lavoro, un amore che cresce inaspettato e inevitabile, i capelli che se ne vanno dalla nuca, il bruciore di stomaco, il non riuscire a non essere sempre ciò che si sente di dover essere, di poter essere, le generazioni a venire, i sorrisi per gli incontri, l’incomprensione, e poi anche l’incomprensione e ancora l’incomprensione. I limiti. La verbosità.)

Se potesse bastare un commento su Facebook l’umanità sarebbe risolta. E invece la sofferenza è sofferenza e l’amore è amore e il dolore è dolore. E questo non è un appello, è solo una resa. E oggi, con tutta questa furia, quest’appiccicoso ovunque e manco un briciolo d’ironia, è l’arma migliore che ho.

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