L’ultimo giorno dell’anno e quel che ricordo di me

Il 31 dicembre del 2000 avevo udito del pericolo millennium bug. Ero in campagna con i parenti e con l’avvicinarsi della mezzanotte sentii la vita venire meno. A mezzanotte chiusi gli occhi mentre stappavano lo spumante. A mezzanotte e dieci, nel buio delle colline rischiarate dai razzi sparati nei paesi a valle, realizzai di essere scampato a un disastro che credevo certo. Ebbi cara la vita.

Esattamente 12 anni fa per capodanno ero a casa di un’amica, un’amica che in realtà era la ragazzina che amavo già da un pezzo. Lei in quel periodo però amava un altro. A quella festa bevvi più di quanto convenisse fare, ma molto meno dell’umanità che mi circondava: la mia memoria non conserva quasi alcun ricordo della cena, ma ricordo comunque i frame nitidi di una compagnia variopinta che si affaccendava in giardino con fumi e bevande. Ricordo me rientrato in casa a scrivere poesie su un rotolo di carta igienica. In bagno entrò in corsa un ragazzo a vomitare, lo stesso che a inizio serata si era autodefinito campione di bevute. Gli ressi la testa, poi più tardi ricordo che moderai un dibattito sulla pena di morte, poi al mattino nel sacco a pelo c’era un’altra poesia – lunghissima, bruttissima – che portava la mia calligrafia senza che io ne sapessi niente. Il primo gennaio mi svegliai convinto di essere adulto.

Qualche anno dopo, credo fosse l’inverno della terza superiore, ho festeggiato capodanno con una vasta congrega, soprattutto amici della mia ragazza di allora. Un grande garage, o forse un fondo commerciale sfitto. Una stanzona vuota con musica e cibo e bere. Non ballai, ma parlai molto credo. La mia ragazza ad una certa se ne andò a dormire a casa di un’amica che viveva poco distante. Io stesi il sacco a pelo assieme ai collassati. Mi addormentai mandando messaggini di auguri in qua e là. Al mattino, rifacendo lo zaino, mi accorsi che non avevo con me il quaderno su cui da alcuni anni scrivevo quasi quotidianamente. Lo avevo portato con me e non c’era più. Sentii mancare l’aria, chiamai la mia ragazza. Lo avevo messo nella sua borsa, mi disse di non preoccuparmi, lo aveva lei con sé. Entrai nel panico. La implorai di non leggere. La supplicai con forza, la pregai disperato di non aprire nemmeno una pagina. Mi vergognavo troppo di ciò che scrivevo, ero terrorizzato dall’ipotesi di avere un lettore. Il pomeriggio del primo gennaio ci vedemmo e lei mi rese il quaderno e mi parve di essere tornato tutto intero. Su quel quaderno ho smesso di scrivere più o meno due anni dopo. Pochi mesi fa quella ragazza si è sposata e tutto il bene che le ho voluto è finito dentro un semplice sms mandato il giorno delle nozze, sì e no 100 caratteri di gioia sfusa. Nel provare certe forme di felicità non so ancora trattenermi dalla commozione.

Decisi di aprire questo blog dopo i fasti dell’era di splinder, il 31 dicembre di 4 anni fa, poco prima di andare a fare il cenone con fidanzata e amici. Ricordo che non fu affatto una bella serata, probabilmente litigai, ma a distanza di anni non riesco a ricordare esattamente perché. Esattamente non ricordo nemmeno perché riaprii un blog.

Due anni fa ho festeggiato capodanno con un’enorme famiglia di arabi cristiani, tra Gerusalemme e Betlemme. La mezzanotte passata a brindare a whisky e soda, a concedere balli sgangherati ai membri di una famiglia che mi aveva voluto includere. A notte fonda ero poi in una lussuosa discoteca di Betlemme, a poche centinaia di metri dal muro di separazione. Tacerò degli sguardi scambiati tra le luci e la dance tamarra mediorientale: ma dimentichi la destra ogni abilità e resti la mia lingua attaccata al palato, se dimenticassi quell’alba rallentata su Gerusalemme, se scordassi la devozione con cui raggiunsi il letto.

Lo scorso anno il primo gennaio mi sono svegliato nel silenzio, in una casa immersa nel nulla, e intorno c’era tantissima neve, e freddo, e luce riflessa un po’ ovunque, che gli occhi non riuscivano ad aprirsi del tutto. Con gli amici di sempre abbiamo rimesso la cucina, prima di salire in macchina e scendere giù a valle. Quel mattino, dopo più di due anni passati a spaventarmi di fronte allo specchio, con la barba che nascondeva i demoni della solitudine, mi trovai pronto ad accettare il deserto, e non ho provato mai più tutta quella paura.

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