Un ricordo sul buio, una ragazza e Vivaldi

Camminavo di fretta, era quasi mezzanotte e rischiavo di perdere l’ultimo bus che da Brighton mi avrebbe riportato nel paesello in cui ero alloggiato. La famiglia che mi ospitava viveva più a ovest, sulla costa, un villaggio sulla scogliera in direzione di Portsmouth.

Ricordo soprattutto che camminavo di fretta. Dopo l’autobus delle 00.05 l’unico modo per raggiungere l’appartamento sarebbe stata una corsa in taxi da venti sterline. Mi trovavo in una strada marginale, non ero sereno perché non vi erano luci se non quelle di alcuni lampioncini delle palazzine in mattoni grigi. Il buio non mi è mai piaciuto.

Speravo solo di raggiungere in tempo la fermata, quando mi accorsi d’improvviso che sul marciapiede poco davanti a me c’era una ragazza. Mi precedeva di una quarantina di passi, non più di trenta metri. Faceva rumore sul piastrellato con dei tronchetti.  Sovrappensiero, mi accorsi davvero di lei solo quando si voltò verso di me. Notai la sua espressione preoccupata e il passo che si affrettava. Vidi che portava un vestito largo che svolazzava scoprendo le gambe magre. Un giacchettino di pelle, i capelli raccolti.

Mi girai. Dietro di me, nella penombra della via, non c’era nessun altro.

Capii che la mia presenza la agitava. Forse mi credeva ubriaco, molesto, malintenzionato. Un violento, un pervertito. Rallentai appena il passo, ma ricordai del mio bus e ripresi ritmo. La stavo quasi per raggiungere.

Sentendo che mi avvicinavo crebbe anche la sua paura: la sua camminata mutò in marcia, nel tentativo sempre più chiaro di smarcarsi. Era chiaro che la spaventavo, eppure dovevo procedere. Tagliai la strada verso il marciapiede opposto, per dimostrare platealmente che non la stavo puntando. Ero sulla sua stessa via, ma non cercavo lei. Non doveva temere.
Forse interpretò male il mio gesto, perché si voltò ancora verso di me con gli occhi sbarrati. Incrociammo lo sguardo e accennai un sorriso rassicurante. Non funzionò. Per la prima volta realizzai che la paura del buio è parente della paura che io posso fare nel buio.

Allora, forse per via di qualcosa che avevo letto, iniziai a fischiettare il primo movimento della Primavera di Vivaldi. Un allegro, il motivetto delle segreterie telefoniche. Pensai: un criminale non fischietta Vivaldi. Chi fischietta Vivaldi non può essere pericoloso. Questo pensai.

Fischiettai per non più di venti secondi, poi alla fine della strada lei voltò a sinistra sulla via principale, mentre io attraversai verso la pensilina, con un minuto in anticipo rispetto all’arrivo dell’autobus.

 

Questo ricordo riemerge con una certa frequenza, soprattutto quando mi sento così spaventato dalle brutte notizie da temere di poterne esser parte.

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