Quando le ho chiesto di sposarmi

Il pensiero di decidere di passare una vita intera insieme non era affatto nuovo. Ne parlavamo: prima come battuta, poi litigando. A tirare il freno a mano ero io. Una domenica pomeriggio in cucina ne discutemmo fino a farci male. Io argomentai parlando del tempo, del lavoro, dei soldi, della casa, delle cose. Lasciai l’appartamento per un’ora per andare a potare le siepi del condominio, risalendo in casa la trovai attaccata a una bottiglia in preda a un pianto isterico.

Questa mia ponderatezza l’ho sempre voluta dipingere come una forma di razionalità, di capacità di dominare il senso di prospettiva storica delle tappe dell’esistenza: quasi ad avere con me un narratore esterno, onnisciente, che sa mostrare i passi compiuti, tratteggiando percorsi decennali, per mostrarmi chiaramente una via. Una via quasi sempre tragica. Ilaria è dotata invece di una straordinaria memoria a brevissimo termine e abbina al rifiuto categorico di elaborare il passato uno sproporzionato entusiasmo circa le questioni future. Adesso, col senno di poi, le due correnti si sono riunite.

Non dirò come decisi di sciogliere le riserve, ma alla fine dell’estate ero giunto alla conclusione con inaspettata serenità. Mi concentrai sul come e sul dove. Prima di controllare l’estratto conto avevo immaginato l’Islanda e la caccia alle aurore boreali (un’appendice di una mia aspettativa prevedeva una casetta tutta legno e pietra, circondata dal nulla, dalle cui finestre fiorivano cieli verdi nella notte), dopo l’estratto conto ripiegai su un weekend a Roma. Non ridimensionai le intenzioni, né la portata poetica: un anello con i dovuti crismi, da consegnare dopo aver declamato ad alta voce una lettera di quelle pese, nella notte del cambio all’ora solare. Ché quell’ora in più, ad orologi fermi, fosse un appacificarsi del tempo.

Le aspettative, ancora una volta, erano state fin troppo cinematografiche. Nonostante la tranquillità della scelta mi trovai a zonzo per la capitale con un velo d’ansia. I musei, sì, le basiliche, e va bene anche il selfie, un bicchiere di vino, e la trattoria a Trastevere, il turismo e le analisi sociologiche sui romani. Però arrivati alla sera in cui avrei dovuto dire quel che dovevo, mi capitò di diventare la versione di me più odiosa che potessi immaginare.

Avevo tolto di nascosto l’anello dalla sua abnorme confezione, lo avevo inserito in una sottilissima bustina portagioie, per poi nasconderlo nella tasca presente nell’ultima pagina del quaderno rilegato su cui appuntavo le mie cose. Prima di uscire le chiesi di mettere l’agenda in borsa, che più tardi le avrei voluto leggere un breve testo che avevo scritto. Questa richiesta, che ad alcuni potrà sembrare assurda o pretestuosa, era del tutto plausibile, in accordo con le nostre usanze: difatti accettò, e ci affrettammo coi mezzi pubblici alla ricerca di un posticino in cui mangiare.

Va forse specificato che per una ragazza intollerante al glutine sgarrare per una volta con le farine non comporta shock anafilattici, giusto alcuni rigonfiamenti di pancia, problemi digestivi di varie forme, lamentele: Ilaria mi implorava di portarla a trasgredire, desiderava dei bucatini più di quanto io sappia desiderare l’armonia tra gli uomini, eppure mi ritrovai privo di ogni morbidezza, opponendomi a quella legittima voglia come il più severo dei genitori.

Il clima creatosi, fin dentro il locale, non fu dei più lieti. Mangiammo in silenzio, se non per dedicarsi piccole scortesie verbali e alzate di ciglia. Inforcavo il cibo maledicendo la perdita di lucidità: il mio lato irragionevole solitamente mi benedice la poesia e mi favorisce l’incanto, mentre quel giorno mi sorprese nevrotico.

Si alzò per andare in bagno, e per un attimo pensai di mandare tutto a monte. Mi convinsi subito del fatto che una mezz’ora storta non può far crollare mesi e mesi di costruzioni. Le presi la borsa dalla sedia, giusto per controllare dove fosse l’agenda. Non la trovai, ma non potei neppure cercarla a fondo: dopo due manciate casuali in quella pangea di cavi e fazzoletti, la porta del bagno già si apriva annunciando il suo rientro in sala. Rimisi la borsa a posto e tentai di recuperare una dignità emotiva.

Dopo cena le cose migliorarono un po’. Due passi lungo le viuzze, una birra a quel bar, una moneta trovata per terra alla fermata dell’autobus. Il tono delle voci era rientrato nei ranghi, e mentre scendevamo dal mezzo per un ultimo bicchiere vicino all’appartamento, per caso ci capitò di toccare di striscio l’argomento-clou: ha senso promettere l’eterno, quando non si ha un controllo decente nemmeno delle più banali pulsioni, funzioni cerebrali, stati emotivi? Non ricordo esattamente come approcciammo la questione, ma in un pub in zona Monti finii col produrmi in una spassionata condanna del mio carattere. A poco meno di un’ora dal momento designato per la tanto attesa dichiarazione con tutti i crismi, le stavo praticamente suggerendo di lasciarmi a morire in un angolo, le stavo augurando fortuna altrove, consigliandole di evitarmi. Tutt’ora non mi spiego come mi venne fuori questa filippica. Per qualche minuto mi seguì con occhi sbarrati, poi saggiamente mi implorò di tacere e mi costrinse ad uscire a prendere aria. Fuori dal locale dei giovani del tutto normali stavano a bere e fumare seduti su alti sgabelli e sulle selle dei motorini. Le voci del quartiere accompagnarono il nostro silenzio fino al Quirinale. Riacquisii un senso della situazione solo a poche centinaia di metri dall’appartamento. Ci sedemmo su una panchina di fronte al Ministero dell’Interno, e fu allora che mi chiese di leggerle quel che dovevo.

Forse non è il caso, provai a dirle: in un antro del mio sistema nervoso si aggiravano impulsi che spedivano alla coscienza l’immagine di noi di fronte alle aurore boreali a celebrare la sospensione del tempo, mentre la realtà restituiva giusto le mie sneakers sdrucite impegnate a calpestare nervose le cicche davanti al Viminale. Mi risvegliò dal pensiero:

Non trovo la tua agenda, mi disse. Come non la trovi. L’ho persa, non c’è più.

Allora svuotammo la borsa, e dal buco nero ripescammo oggetti di ogni tipo. Il mio quadernino, con lettera e anello nascosto, non c’erano più.

Mentre cercavo di decidere come affrontare la situazione (indeciso se partire da un’accurata lettura del fato o concentrarmi prima sul valore spiccio del prezioso cerchietto) Ilaria iniziò a disperarsi. Scusami, mi disse. Ma dai su. Ti ho perso l’agenda. Ma via, che vuoi che. Tutte le tue cose. Lo so, ma alla fine. Tutte le cose che ci hai scritto. Va bene Ila, però non importa.

E invece, per chiudere la serata, iniziai a consolare le lacrime che accompagnavano quel senso di colpa del tutto fuori misura. Dieci minuti per continuare a pensare, per calmarsi, per dei baci, per cercare di dare un peso e un significato al momento. Ci incamminammo verso l’appartamento, abbracciati, mentre consideravo il fatto che sì, la dichiarazione sarebbe stata rimandata per forza a un’altra volta.

Aperta la porta, Ilaria accese la luce: fui io, poi, ad accorgermi subito che il taccuino perduto era in realtà sul tavolo, dove era sempre stato. In borsa non ci era mai entrato. Ridemmo, e mentre mi trovavo a riconsiderare per l’ennesima volta la mia condizione, Ilaria era entrata in bagno, si era struccata, aveva tirato lo sciacquone, indossato un pigiama discutibilissimo e si era infine arenata sul divano, non dissimile per posizione e per grazia ad una foca stancamente arenata su un lido sabbioso.

Leggimi la lettera, dai.
Forse è meglio…
Leggi.

A quel punto ogni calcolo era saltato, e sistemai perciò una sedia di fronte al divano. Aprii il taccuino, tirai fuori gli A4 ripiegati e senza farmi vedere infilai l’anello in tasca, per mostrarlo al momento opportuno. Non avevo più volontà, mi aprii.

Lessi cercando di capire tutto ciò che stavo leggendo, e mi tremò senz’altro la voce, e non posso non ricordare quand’è che mi venne da piangere, e quando capii che Ilaria stava capendo, che non era più distesa ma vigile di fronte a me, e anche i suoi occhi brillavano, e sapeva quel che stavo dicendo, ecco in quel momento, a dieci righe dalla fine, mentre con la mano libera tiravo fuori dalla tasca dei jeans l’anello nascosto, e le parole finali erano quelle in cui toccavo il punto, in cui arrivavo a dire esattamente ciò che stavo dicendo, ecco che lei mi strappò l’anello di mano e se lo infilò al dito, da sola.

Non riesco a ricordare se fui più sorpreso dall’irruenza o divertito dalla foga, ad ogni modo abbandonò il divano e mi saltò addosso, e ci baciammo come se ci fosse stata l’aurora boreale, e scordai tutto, tranne quel sì, fino al mattino.

 

Tacerò del risveglio causato dalle scosse sismiche, della paura e delle crepe sul muro: d’altronde il nostro primo bacio, tempo indietro, era stato salutato da un uragano.

A credere nei segni, in fondo, saremmo rimasti entrambi soli.

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