Come uscirne fuori. Abbiamo bisogno di più informazioni?

La stragrande maggioranza di voi leggerà questo articolo da casa, dallo smartphone, o dal computer con cui in questi giorni sta facendo smart-working. Qualcuno capiterà in un modo o nell’altro su questo testo, uno dei miliardi di contenuti mediali di cui in questi giorni – più di altri giorni – ci stiamo alimentando.

I report sui consumi televisivi mostrano un popolo fedelmente attaccato alla tv (un +23% medio nella settimana 16-22 marzo), un consumo di contenuti via internet mai registrato prima (+116%, anche se tutti ci siamo allarmati di fronte alla notizia di un blocco dei contenuti in HD da parte di piattaforme streaming. Della serie: ok la pandemia, ma risparmiateci la bassa definizione) e un accesso ai siti di informazione pazzesco (corriere.it è arrivato la scorsa settimana al +174%).

(Parentesi 1: ho citato i dati delle piattaforme streaming – come Netflix, Prime Video, adesso si aggiunge Disney+ – perché sono in qualche misura parte dello stesso discorso. Anche se non si tratta di informazione, serie tv e film fanno parte della sovrabbondanza di contenuti da cui siamo circondati. Hanno una funzione diversa, perciò da qui in avanti non li nominerò più, per limitare il discorso a testate di informazione e social network. Ma visto che la parentesi ormai è aperta faccio anche un appunto su un’altra importante fonte di contenuti, l’unica che se la sta passando veramente male: i libri. E no, non c’entra l’attuale stop delle librerie. Prima che fosse decretata la chiusura si era registrato un -25% in Italia, -50% in Lombardia, dati AIE del 6 marzo. Nella mia cerchia di contatti – una bolla dorata e nevrotica – ci sono decine di persone che confessano apertamente di non riuscire più a leggere. Essendo una bolla dorata prova anche a darsi delle risposte, essendo nevrotica è difficile tirare le fila.)

Un mese fa abbiamo iniziato a familiarizzare col termine infodemia: lo ha usato anche l’OMS (che in questo momento è l’entità a cui diamo universalmente più credito; oltre c’è solo il trascendente). Con infodemia non si intende banalmente un proliferare di fake news, ma un misto di overload informativo – o sovraccarico cognitivo – e superficialità. E produce effetti peggiori della stessa disinformazione: scriveva l’economista Leonardo Becchetti lo scorso 5 febbraio su Avvenire, in relazione alla nota dell’OMS:

il maggiore pericolo della società globale nell’era dei social media è la deformazione della realtà nel rimbombo degli echi e dei commenti della comunità globale su fatti reali o spesso inventati.

E chi è che fa rimbombare gli echi? Noi. Perché la risposta dell’individuo alla pandemia è stata sostanzialmente questa: siamo corsi in massa a fare la spesa, poi ci siamo chiusi in casa, abbiamo letto notizie, guardato trasmissioni, e condiviso miliardi di informazioni spesso inutili. Da #MilanoNonSiFerma a #IoRestoAcasa il passo è stato breve, la forma non è cambiata. Come i famosi cani di Pavlov eravamo comunque noi a rispondere meccanicamente a degli stimoli informativi (potenti e confusi) producendo ulteriori contenuti. Come i cani che si distraggono, inoltre, siamo anche riusciti a far polemica sui runner (talmente confusi da non saper scegliere neppure i capri espiatori). Nel migliore dei casi abbiamo impastato la pizza o cantato una canzone alla finestra. Nel migliore dei casi. Ma il problema vero, provando a ragionarci, è che stiamo sprecando la più grande occasione che ci è offerta da questo tempo di isolamento forzato: fare attenzione.

Non parlo di riappropriarci degli affetti e delle piccole cose – non sono Fazio, né tantomeno il Papa – ma di ragionare su quanto scriveva molto meglio di me il filosofo Byung Chul-Han in Nello sciame. Visioni del digitale (Nottetempo, 2015):

uno dei principali sintomi dell’IFS (Information Fatigue Syndrome) è la paralisi della capacità di analisi: proprio la facoltà analitica è ciò che determina il pensiero (…). Un aumento d’informazioni non porta necessariamente a decisioni migliori: oggi la quantità di informazioni atrofizza proprio la facoltà superiore di giudizio.

Sono in tanti ad aver scritto su questi temi, non sarei in grado di scendere nel dettaglio, né di farlo ora. Ma cito un altro bel libro, Scansatevi dalla luce di James Williams (effequ, 2019), in cui si analizzano le cause e gli effetti della nostra distrazione endemica. Williams parte dall’esperienza in Google per descrivere come la tecnologia a servizio dell’informazione sia oggi progettata per conquistare ad ogni costo lo sguardo dell’utente. Da qui il nostro perenne stato confusionale. Perché in un mondo in cui sovrabbondano le informazioni, il bene che scarseggia è l’attenzione. E di conseguenza il tempo.

È ovvio che la soluzione non può essere una radicale rinuncia alle informazioni. Ne abbiamo bisogno, perché senza informazioni non avremmo cognizione della realtà e del mondo oltre a noi stessi, né coscienza politica, né etica. Un buon inizio probabilmente è schermarle, restituire valore alle parole, puntare sull’autorevolezza e tornare a dare fiducia ai mediatori che dedicano tempo e competenze all’osservazione e all’analisi. Forzarci di concentrare la nostra dieta informativa in determinati momenti della giornata, anziché permeare la nostra vita di stimoli caotici che non siamo in grado di elaborare e filtrare. Puntare sulla qualità, prima che sulla quantità. Sono problemi vecchi, ma sono anche attuali.

(parentesi 2: il “surplus cognitivo” teorizzato da Clay Shirky era una baggianata. La creatività e la generosità della rete avranno dato vita a esempi di intelligenza collaborativa come Wikipedia, ma i 62 milioni di visualizzazioni ai video #wasabisong su TikTok – per dirne una – chiudono per sempre il dibattito.)

(parentesi 3: Ezio Mauro, una dozzina d’anni fa, durante un convegno in cui gli si domandava il senso del quotidiano ai tempi di internet pronunciò una frase di questo tipo: il giornale serve ancora, perché è una cattedrale che si erge nel flusso. Metafora chiara – non ho mai ritrovato le parole esatte – ma la cito perché mi pare efficace. Però i giornali vendono sempre meno, forse anche perché il mondo delle redazioni somiglia spesso a un branco di dinosauri che urlano “resistenzaaaaaa!” seguendo da almeno due lustri la traiettoria dell’asteroide che li sta per colpire.)

Tornando a noi: siamo qua, chiusi in casa, impegnati nelle nostre cose, travolti da contenuti che contribuiamo a produrre e diffondere. Siamo fermi, e incapaci di fermarci. Come possiamo elaborare e capire come uscirne fuori, se non ci chetiamo un secondo, se non andiamo verso un’ecologia dell’informazione?

Dico come uscirne fuori perché do per scontato che quanto sta accadendo al mondo non può in alcun modo portarci ad ambire ad un ritorno al vecchio modello. Le crisi, se servono a qualcosa, servono proprio a cambiare. Imparare a fare la pizza e rallegrarsi sul balcone sono buone cose, ma quando tra qualche mese saremo punto e a capo, solo più poveri e fragili, potrebbe essersi rivelato un filino meno utile del previsto.

Io ovviamente non so come uscirne (ricordate? Non sono né Fazio né il Papa) ma sento che stiamo facendo l’opposto di quel che c’è da fare. Riempirsi di mille contenuti ci sta solo distraendo dalla domanda che dovremmo porci nella sospensione dell’oggi: come ci piacerebbe essere domani? Questa può essere un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare le nostre città, di educare, di formarsi, di alimentare la creatività ed essere generativi, di progettare, di instaurare relazioni, di essere felici, di vivere il dolore, di cambiare il nostro rapporto con gli altri esseri viventi, di trovare pace?

Credo che nessuna di queste domande trovi risposta nello sciame informativo che ci circonda. C’è tanta qualità, certo, ma è naturalmente sommersa dal ronzio. Dipende molto dalle abitudini e dalla bolla di ciascuno di noi. Ma provando ad ascoltare il respiro del mondo con un po’ di distacco è facile notare come si odano nettamente più i coglioni che i profeti. Allora cerco di meditare, di fare silenzio, di scegliere con attenzione cosa leggere, di dare peso a ciò che decido di guardare in tv (ah, vecchio Popper) di ricercare autorevolezza – anche leggerezza, per carità – ma senza scordarmi che la quarantena non è una vacanza, ma una quaresima. L’alternativa è l’inerzia, che prima o poi produce furia, che produce idiozia. È facile e divertente, ma stavolta salto un giro: io voglio andare avanti, preferisco fermarmi.

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